Davide Gatti è il pronipote di Riccardo, fondatore della faentina “Bottega d’arte Ceramica Gatti”.

Uno storico atelier che affonda le sue radici agli inizi del secolo scorso, e che da Faenza tuttora testimonia in tutto il mondo la tradizione e il savoir faire di un’eccellenza Made in Italy.

Signor Gatti, com’è nata la vostra attività?

La bottega è nata nel 1928 dalla volontà, creatività e intuito del mio prozio Riccardo, che fin dagli esordi volle perseguire un percorso molto personale fra tradizione e innovazione. Accanto alla produzione dei classici decori faentini, infatti, si occupò di idearne anche di personali, di ricercare nuove soluzioni estetiche creando perfino una tecnica di rivestimento delle ceramiche caratterizzata da una policromia con riflessi metallici caldi, ancora oggi da noi utilizzata e protetta come vero e proprio “tesoro di famiglia”.
La sua naturale proiezione verso la novità e il suo spirito innovatore lo spinsero a collaborare con illustri esponenti del movimento futurista come Giacomo Balla e Mario Guido dal Monte: quelle creazioni sono oggi esposte al Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza.
Alla scomparsa del mio prozio, nel ’72, mio padre proseguì l’attività mantenendone intatto il carattere. Da due anni, invece, mi è stato affidato il compito di prendere personalmente in mano le redini della bottega.

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Quando immaginiamo un oggetto la nostra competenza e professionalità automaticamente plasmano l’idea scartando le soluzioni irrealizzabili, e rendendola pronta per diventare realtà.

Cos’è rimasto d’intatto da allora e cosa invece ritiene essere cambiato nel DNA della sua bottega?

Sono nato e cresciuto qui dentro, tra i forni e i colori, e posso affermare che oggi come allora il nostro obiettivo è quello di far convivere l’eccellenza e la tradizione con l’innovazione e la sperimentazione. Ci impegniamo costantemente nel creare una proficua interazione con artisti e designer per dar vita a oggetti adatti a diventare elementi di spicco nella casa contemporanea, pezzi unici che vengono esposti nelle principali gallerie d’arte di tutto il mondo. Intuito e genio, cultura e sapienza si fondono in creazioni originali che portano il nome dell’artista e la firma della Bottega Gatti.

Come gestisce il difficile rapporto tra tecnica della mano e creatività della mente?

Creare un oggetto da un’idea è come muovere una mano per afferrare un oggetto: per un artigiano, per un artista, è un processo del cervello involontario, quasi naturale. Quando immaginiamo un oggetto la nostra competenza e professionalità automaticamente plasmano l’idea scartando le soluzioni irrealizzabili, e rendendola pronta per diventare realtà.
Troviamo maggiori difficoltà quando la nostra abilità incontra l’idea di un designer o di un artista che dal punto di vista estetico è di grande impatto ma da quello della scelta dei materiali e dei procedimenti produttivi risulta essere più complicata.

Secondo lei, per essere veramente completa, la formazione di un giovane che vuole fare il suo mestiere deve fare tappa obbligata in bottega?

Una volta si diceva “ti mando a bottega” e ancora oggi, a parer mio, è necessario che un apprendista affianchi il maestro: osservazione, emulazione e pratica sono gli elementi chiave per imparare le tecniche di un mestiere, qualsiasi esso sia. A maggior ragione, in una bottega che tratta la ceramica come la nostra, è fondamentale che dopo un percorso formativo in accademia si sperimenti quella che è la vera professione del ceramista.

Come vede il futuro dei mestieri d’arte?

Sono fiducioso, nonostante il panorama stia cambiando radicalmente. Oggigiorno è molto complicato reclutare giovani che abbiano inventiva, creatività ma anche voglia di “sporcarsi le mani”, nonostante il lavoro in bottega offra più certezze di molti altri impieghi. Probabilmente, fra qualche anno, non riusciremo più a reclutare maestranze locali ma saremo obbligati ad assumere personale straniero.

Quindi cosa intende dire con “sono fiducioso”?

La mia fiducia è riposta nel savoir faire tipico del Made in Italy. Finchè il cervello rimarrà italiano, le mani possono essere cinesi, arabe, o di qualsiasi altra nazionalità: l’importante è che il gusto, la tradizione e tutto ciò che contraddistingue l’eccellenza del nostro Paese rimangano intatti nonostante la produzione sia affidata a stranieri. A noi spetterà quindi fare in modo che oltre alla creatività, di italiano resista il rigore della maestria e la raffinatezza.

Qual è il vostro legame con il territorio?

Il tessuto connettivo della nostra identità è permeato dal territorio d’appartenenza; Faenza è un nome che rappresenta il prestigio della ceramica in tutto il mondo.
Il nostro impegno è quindi quello di portare ovunque la nostra tradizione con un occhio al gusto e all’innovazione: ciò significa partecipare a esposizioni internazionali come Maison & Objet a Parigi, Mebel a Mosca o Index a Dubai.
La globalizzazione, che può essere avvertita da molti come una minaccia; per noi è invece un’opportunità per veicolare il nostro “saper fare” artigiano. Il nostro impegno è quello di mantenere un elevato livello di sensibilità nei confronti della differenza di gusto tra un Paese e un altro cercando, così, d’interpretare il nostro spirito in una chiave adatta al mercato di riferimento.
Il successo non lo decreta solo il tuo passato; successo significa saper guardare, aggiornarsi, interpretare e anticipare i gusti. Anche per una bottega come la nostra, che conta una decina di persone.

Com’è il vostro rapporto con le istituzioni?

Le istituzioni sono presenti sul territorio attraverso dei fondi erogati a quelle realtà artigiane che operano per esportare nel mondo il Made in Italy.
Un aiuto maggiore dovrebbe essere dato alla formazione, per permettere ai giovani di arrivare in bottega con un bagaglio di competenze maggiore. intervista di Valerio Canevaro.